La Corte di Cassazione, terza sez. civ., con sentenza n. 8460, pubblicata il 5 maggio 2020, ha cassato con rinvio la sentenza impugnata della Corte d’Appello di Ancona, n. 1167/2017, ristabilendo la corretta logica che dovrà seguire stavolta il giudice di merito, al quale sarà rinviata la questione, nel rendere nuova motivazione, in maniera espressa e puntuale, con riguardo alle critiche sollevate dal consulente tecnico di parte (CTP) avverso le conclusioni della CTU.

La sentenza assume una valenza notevole sul piano metodologico e nel merito, ponendosi come un “manifesto programmatico”per tutti i giudici di secondo grado, per ricordare loro, in maniera incontrovertibile, che l’appello non è giudizio meramente rescindente, bensì pienamente devolutivo, sempre nel rispetto dei limiti dei motivi specifici di impugnazione.

Il ruolo del giudice di secondo grado prevede il dovere di prendere posizione puntualmente sui motivi di appello che criticano le conclusioni del CTU (il cui ruolo è quello di assistere il giudice, per il compimento di singoli atti o per l’intero processo, prestando la propria opera e consulenza in base a specifiche competenze tecniche) senza “adagiarsi” o “piegarsi” sulle risultanze della stessa, bensì debitamente considerando le specifiche osservazioni mosse dal CTP (nominato dalle parti che intendano avvalersi di quell’opera e consulenza per affiancare, e ove necessario sottoporre a critiche puntuali e motivate, le conclusioni definite nella CTU).

La decisione del giudice d’appello dovrebbe sempre scaturire da un’analisi attenta e circostanziata delle consulenze tecniche fornite sia dal CTU che dal CTP,contrariamente a quanto avvenuto nella sentenza in commento secondo il giudizio della Corte di Cassazione.

Nemmeno può ritenersi soddisfatto l’obbligo motivazionale dal richiamo ai principi affermati in passato dalla Corte di Cassazione circa i limiti del controllo sulla motivazione, evocando in modo improprio la giurisprudenza di legittimità, limitata a motivi tipizzati, a differenza del giudizio di appello dove la CTU deve essere rivalutata alla luce delle osservazioni critiche mosse dal CTP.

La pronuncia in commento origina dal ricorso per Cassazione nei confronti di due medici e dell’azienda ospedaliero-universitaria avverso la sentenza della Corte di Appello di Ancona, che aveva rigettato l’appello avverso la sentenza di primo grado, con cui il Tribunale di Ancona aveva respinto la domanda per l’accertamento di condotte dannose addebitabili ai medici, fonte di responsabilità sanitaria per loro e per l’azienda.

Tali condotte erano consistite: a) nel colpevole ritardo da parte del medico di base nel prescrivere o richiedere la tempestiva effettuazioni di indagini strumentali – che, quando poi erano state eseguite, avevano consentito il riconoscimento di una patologia che però si era notevolmente aggravata – e, conseguentemente nell’individuare la malattia “liposarcoma mixoide”; b) nell’esecuzione da parte dell’altro medico in servizio presso la struttura ospedaliera, del relativo intervento chirurgico di escissione marginale di liposarcoma mixoide al gluteo destro con rottura a fine intervento della capsula neoplastica, che aveva occasionato una recidiva per la quale il malato, poi deceduto, aveva dovuto sottoporsi ad un’ulteriore operazione presso un istituto di Bologna, con i conseguenti costi di trasferta ed assistenza e danni alla salute.

Il fulcro della vicenda processuale su cui poggiano le argomentazioni di parte ricorrente può così sintetizzarsitanto il giudice di prime cure quanto quello dell’impugnazione avrebbero dovuto assumere quale oggetto privilegiato di cognizione le contrarie deduzioni del CTP, prendendo espressamente posizione sulle stesse, senza possibilità di ritenerle implicitamente disattese in quanto incompatibili con le argomentazioni accolte, omettendo così“di effettuare il vaglio critico della CTU sulla base dell’analitico portato confutativo della parte dissenziente, vertente come detto non su mere opinioni ma su fatti decisivi, i quali non potevano essere impunemente pretermessi, né dal CTU né dal Giudice”.

La sentenza della Suprema Corte riporta gli argomenti di parte ricorrente là dove, in via consequenziale, affermano che “qualora la parte, come accaduto nel caso di specie, muova critiche precise e puntualisupportate da elementi probatori di riscontro concreti e decisivi per la decisione della controversia in relazione ad aspetti essenziali dell’elaborato del CTU, il giudice è tenuto a prenderle in esame espressamente e ad esporre le ragioni per cui le disattenda. Difatti, adoperare espressioni quali “fondato convincimento” ovvero “piena condivisibilità” rispetto ad un elaborato scientifico non solo di produzione altrui ma, soprattutto, costellato da omissioni su circostanze di fatto decisive, senza illustrare, almeno per sommi capi, su quali ragioni riposano tali giudizi, non può certo valere a rendere adeguata motivazione, a ciò non risultando bastevole il mero richiamo a fantomatici “rigorosi criteri logici” senza che gli stessi vengano enunciati, ancorché in termini sintetici. La “assenza di contraddizioni” ed il “fondamento su adeguate motivazioni” sono locuzioni che, nella loro assoluta apoditticità, non solo rappresentano vere e proprie petizioni di principio (e, come tali, del tutto incapaci di costituire fulcro motivo di qualsivoglia sentenza, estrinsecandosi in argomentazioni non idonee a rivelare la ratio decidendi del Giudice, né a lasciar trasparire il percorso argomentativo da questi seguito) ma soprattutto risultano impossibili da condividere in quanto fondate su un presupposto completamente errato, ossia la completezza d’indagine da parte del CTU.”

La Cassazione aderisce a tali motivi nella parte in cui, alla luce dei consolidati principi affermati, censurano“l’assenza di motivazione in ordine alle circostanziate e puntuali contestazioni degli appellanti presenti negli scritti difensivi in primo grado e doverosamente riportate nel gravame di merito”sia rispetto alle evidenze documentali, sia alle conseguenti valutazioni del nominato CTU che, in sostanza, aveva evidenziato come gli addebiti mossi a fondamento dell’intrapresa azione risarcitoria non avessero trovato riscontri tali da far emergere un comportamento colposo nella condotta dei due medici.

Per la Cassazione è lampante come l’approccio motivazionale della Corte territoriale risulti del tutto privo di giustificazione e inadeguato in relazione alla funzione che deve svolgere il giudice d’appello, nella logica che il relativo giudizio conserva nel nostro ordinamento giuridico, aderendo così alla tesi di parte ricorrente circa “la totale assenza di un corredo motivazionale che abbia affrontato e respinto le doglianze, lungamente evidenziate nel primo motivo di ricorso, e qui richiamate, doglianze alle quali la corte non ha mai risposto, abdicando al dovere di rendere la motivazione sulle domande sottoposte al suo vaglio.”

A fronte di quanto così argomentato la Cassazione dichiara la fondatezza del motivo di censura evidenziando che“il tessuto argomentativo del motivo, come riassuntivamente esplicitato nella parte finale, si sviluppa sostenendo che la corte anconetana avrebbe enunciato una motivazione che, per un verso avrebbe omesso completamente di esaminare le critiche che erano state rivolte alla sentenza di primo grado ed al suo adagiarsi sulla c.t.u., sicché il giudice d’appello non avrebbe adempiuto al suo dovere di esaminare i motivi di appello, e per altro verso, a prescindere da tale profilo, priva nella sua stessa consistenza formale della dignità di motivazione.”

La Cassazione prende così decisamente le distanze dal “manifesto programmatico” cui la Corte anconetana ha dichiarato di ispirarsi, come regola per l’adempimento delle proprie funzioni giudicanti, e che risulta palesemente contrario a quello da tenersi nel caso in cui la decisione di primo grado sia stata sottoposta a critica là dove ha deciso sulla base delle risultanze della CTU.

I principi di diritto che la Corte territoriale riporta evocando la giurisprudenza di legittimità – in base ai quali il giudice di merito, quando condivida le conclusioni della CTU, non è tenuto ad esporre in modo specifico le ragioni della condivisione del percorso logico che ha portato a tali risultanze – secondo la Cassazione sono richiamati in modo improprio e non consono al dovere di motivare, proprio perché assunti in via preventiva, in modo del tutto ingiustificato e inadeguato rispetto alla logica decisionale che deve seguire il giudice di appello come giudice di merito.

La Cassazione, a tal proposito, chiarisce che“se la corte territoriale, leggendo le massime delle decisioni evocate e le relative motivazioni, avesse riflettuto sul fatto che esse sono state enunciate espressamente alludendo alla censurabilità della motivazione del giudice di merito in sede di legittimità, sarebbe dovuta ben guardare dall’assumerle come premessa della sua motivazione”.

La Corte territoriale, invece, ispirandosi erroneamente ad una premessa logica propria della sede del giudizio di Cassazione, come se fosse stata sollecitata in qualità di giudice di legittimità e senza prendere posizione sulle critiche alla CTU, ha fondato la decisione “sul totale deserto motivazionale.”

La Suprema Corte arriva a concludere che “le svolte considerazioni evidenziano allora che la complessiva “motivazione” della corte anconetana sopra riprodotta risulta assolutamente inidonea ad assumere l’effettivo contenuto di una motivazione resa dal giudice d’appello quale giudice di merito, sì da doversi rilevare la manifesta violazione del requisito di contenuto-forma che la sentenza avrebbe dovuto avere come sentenza di merito di un giudice di appello, sicché la sentenza impugnata risulta nulla per violazione dell’art. 132, secondo comma, n, 4 cod. proc. civ. (alla stregua dei consolidati canoni richiamati da Cass., Sez. Un., nn. 8053 e 8054 del 2014).”

Il principio di diritto che viene in rilievo è il seguenteposto che il giudizio di appello continua ad ispirarsi ad una logica devolutiva e, quindi, di revisio prioris istantiae sebbene nei limiti della specificità dei motivi di appello, si deve ritenere affetta da nullità ai sensi dell’art. 132, secondo comma, n. 4 cod. proc. civ. la sentenza di appello, la quale, sollecitata dall’appello a controllare la decisione del giudice di primo grado in quanto adagiatasi sulle conclusioni di una c.t.u., con critiche rivolte sia sotto il profilo della mancata considerazione della c.t.p. di parte sia sotto il profilo della intrinseca congruenza, proceda all’esame dell’appello assumendo come premessa programmatica i principi di diritto affermati dalla Corte di Cassazione a proposito dei limiti del sindacato di legittimità sul controllo della motivazione del giudice di merito che abbia condiviso la c.t.u. e, quindi,.”si limiti ad evocare quest’ultima dichiarando genericamente di condividerne gli assunti, così finendo per procedere all’adempimento del dovere motivazionale non come giudice di appello, ma come se fosse investito di un giudizio di legittimità.

La Corte di Cassazione ha dunque sancito un modello di condotta virtuosa per tutti i giudici d’appello, ma anche per quelli locali, opposto e alternativo rispetto a quello erroneamente seguito dalla Corte d’appello di Ancona.